Non più... solo Champagne!
Oggi come oggi non ci sono più scuse per non avere una bottiglia di “vino effervescente” (o “sparkling wine”) in cantina. Qualche anno fa, la bottiglia di spumante o di Champagne era riservata alle grande occasioni e, come il Brandy per il Cognac, tutti brindavano una volta all’anno con la parola magica e festosa: “Champagne”!
Oggi l’offerta di spumanti è tanta, spesso ha una qualità media che è migliorata e il livello di benessere economico del consumatore è relativamente superiore a un mezzo secolo fa, nonostante la frase affermativa e drammatica (che giustifica tutto senza pensarci): “E’ la crisi”! Come mostra, per esempio, la tabella sotto, dagli anni 70’, il comportamento dei consumatori americani è assolutamente in linea con l’allargamento e la diversificazione del pianeta bollicine. Lo Champagne non è più l’unico (o quasi) a presidiare un festeggiamento a casa.

Marco Baccaglio nota ultimamente nel suo blog “I numeri del vino” che:
“L’import di vino in Italia ha vissuto un grosso calo con la crisi (essenzialmente guidato dai vini spumanti, cioè Champagne) e sta vivendo una fase di ripresa che si colloca tra il +8% e il +10%. Quindi le importazioni crescono oggi un po’ piu delle nostre esportazioni, anche se la differenza la si vede guardando indietro: mentre le esportazioni italiane (a valore) sono ritornate sui livelli pre-crisi, le importazioni viaggiano oggi intorno a 250-260 milioni di euro annui contro il picco di quasi 400 milioni di euro toccato a fine estate 2008”.
Eccoci qua, verso... una ripresa delle vendite di Champagne?! Finalmente il mercato degli spumanti o genericamente dei sparkling wines godrà di una nuova era di crescita?
Cerchiamo di essere seri!
L’analisi non è cosi evidente e semplice. Come sottolinea di nuovo Marco Baccaglio, analizzando i margini operativi (EBITDA/EBIT) e utili di alcune grandi maison della Champagne, questa “ripresa” è semplicemente il risultato di una politica di smaltimento forte con l’abbassamento dei prezzi dello Champagne e il rinuncio ai margini! Il messaggio è chiaramente: “Vendere pure senza guadagnare!”.
In altre parole, l’idea del “momento” è di fare circolare un po’ di merce e di muovere così il mercato, grazie a dei prezzi nettamente al ribasso.
Cosa significa, secondo me: una situazione preoccupante, nella quale nessuno è veramente in grado di dare una direzione al mercato.
Credo che queste politiche concentrate sul prezzo sono solo reazioni quasi “irrazionali” e di breve termine, prese sotto l’ “urgenza”, che risalgono fondamentalmente a:
- una nota mancanza di visione strategica ad orizzonte 2017-2018 (data presunta per la modifica dell’area Champagne DOC),
- una non-consapevolezza dell’avviamento di ristrutturazione profonda del mercato che sta avvenendo e non solo una crisi (per definizione temporale e di breve termine),
- una presa di rischio non misurato di perdità dell’identità culturale dello Champagne e di decine di anni di lavoro sul branding.
E’ ora, quindi, di capire che ogni “sparkling wine” ha il suo segmento di mercato, incluso lo Champagne, solitamente comprato perché si tratta di Champagne, non più come solo brand, ma come tipologia e stile di vino di fascia media-alta. Diverso, molto diverso!
E' proprio finita l’era in cui lo Champagne era il “benchmark”, la referenza di qualsiasi produttore di bollicine, che sia italiano o no. Non serve più il cercare di imitarlo, pregando un giorno di superarlo per fregargli la sua favolosa fetta di mercato, nè di parlare di “Champagne italiano”, dimostrando così la mancanza di una reale identità culturale. Sono stupita di vedere, peraltro, che nessuno si chiede come mai i brasiliani chiamano i loro spumanti: metodo classico, prosecco, e così via?
Il mercato degli sparkling wines, analizzato nelle stesse fasce di prodotto (per esempio TrentoDoc, Franciacorta rispetto allo Champagne) è segmentato in due comparti: lo Champagne (come figura storica nell’universo degli sparkling) e gli spumanti di tutto il mondo.
Gli spumanti italiani sono oggi il benchmark degli sparkling wines del Mondo, come tradizione, qualità e cultura, e la loro sfida è di farsi valere come si deve, smettendo di fare il cugino incompreso e invidioso dello Champagne!
Champagne 
Reader Comments (4)
Spiegami una cosa, Delphine: perchè tanta ostilità verso il termine generico "spumante"? Io trovo la parola "bollicine" ancora più imbarazzante, in quanto richiama una famosa canzone... che non parla certo di vino!
Seriamente: mi rendo conto che non esiste una sola tipologia. E che l'unica cosa che accomuna questi vini (dal Prosecco al Cava, dal Trentodoc al Franciacorta allo Champagne) sono proprio le bollicine (e il...tappo a fungo!); ma non dimentichiamo che a forza di spaccare il capello in quattro, e poi in quattro e ancora in quattro...perdiamo per strada il consumatore.
Il quale, quando vuole uno sparkling wine, oggi dice... Prosecco! buon per il Prosecco, ovviamente, ma... che dicono gli altri produttori?
L.
Come sai, avendo partecipato al nostro Challenge internazionale, i vini da rifermentazione in bottiglia o in autoclave (bollicine non va bene, spumante nemmeno, ma diventa impossibile chiamare questi vini elencando tutte le denominazioni esistenti...) sono oramai patrimonio comune di quasi tutti i paesi produttori. E se guardiamo a quelli da rifermentazione in bottiglia (champagne, traditional method inglesi, Cap method sudafricani, Cremant francesi, Cava, Franciacorta, Trentodoc e Talento italiani, Sekt tedeschi, argentini, brasiliani, russi, israeliani ecc ecc) vediamo come la forchetta fra i migliori e i peggiori sia meno ampia che nel passato. Certo, nessuno dei nuovi competitor ha - a mio modesto avviso - il fascino frutto di una plurisecolare tradizione come ha lo Champagne. M'è toccato ammetterlo a France 24! alla faccia della competizione fra cugini. Questo gap è impossibile da colmare, ma è altrettanto vero che per qualità il "resto del mondo" si è avvicinata molto alla Francia. La mia paura non è come i brasiliani chiamano il lor metodo classico - in fondo gliel'abbiamo spiegato noi Italiani e Francesi, perchè stupirci se poi lo fanno bene! - è come i produttori italiani riusciranno a fermare l'ondata di frizzantini dai nomi classicheggianti che dall'Italia invadono i nuovi mercati. La Francia si presenta con lo Champagne e i grand crus di Bordeaux; noi prima con l'immondizia e poi i produttori seri. Questo è il limite tutto italiano di un'assenza di regia politica forte. E dell'assenza di meccanismi di autodisciplina. Da noi la mela marcia purtroppo sopravvive, e tocca al resto del "plateau" dimostrare che si è sani. A questa follia non c'è rimedio. A noi la vittoria costa sempre più cara. Sarà per questo che quelli bravi fra gli Italiani sono davvero competitivi! Il mercato ha capito che le "bollicine" vanno bene anche a tutto pasto e non solo a feste e compleanni...tocca ai produttori non buggerarli!
Hai ragione, Beppe, condivido tutto. Purtroppo. Qualcosa di simile sta già accadendo ai mercati asiatici: l'Italia li sta invadendo con vini di scarsissima qualità a prezzi stracciati, perchè in ogni caso "i cinesi non capiscono niente di vino". Sarà anche vero, ma quando inizieranno "a capirne qualcosa" - tempo pochi anni - come faremo a spiegare loro che, fino a quel momento, abbiamo scherzato, e che il "vino autentico" ...è un altro?
Cara Lizzy, sono prima di tutto una grande appassionata di vini, incluso vini italiani. Non mi piace la mediocrità nel vino qualsiasi la provenienza e questo non centra con il prezzo. Sono convinta che la parola spumante si debba dimenticare in quanto è lei stessa a priori più semplice per il consumatore ma poi confusionale. Nasconde tutta la diversità che esiste nei vini mossi italiani. Allo stesso modo che lo Champagne (vino e regione AOC), chiamerò Franciacorta, il Franciacorta, il TrentoDOC, TrentoDoc e cosi via. E ora di creare visibilità ad ogni DOC e DOCG italiane confrontandole tra di loro dalle più cattive alle migliore. Spumante è solo una sorta di escamotage per confrontarsi con lo Champagne, da un lato e da un lato nascondere certe mediocrità dietro grande firme italiane. Venezia è Venezia, lo Champagne è Champagne, buono come cattivo. Perchè l'eccellenza non è solo Champagne. @Beppe: sulle strategie di sviluppo all'estero dei sparkling italiani purtroppo non ti posso dare torto. L'abitudine di cercare di copiare per monetizzare a breve e di non cercare di dare risalto a una cultura e un savoir-faire ancestrale è un difetto italiano che nessuno pensa che si veda... anche a Bruxelles!